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"La fantasia l'invenzione la creatività pensano, l'immaginazione vede"   

Bruno Munari

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Mixed Techniques

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Paesaggi Possibili

         di Cristina Palmieri

La tradizione del segno e del simbolo affonda le proprie radici nelle civiltà più antiche. Il suo valore allusivo si concretizza nella funzione ideografica, che rimanda al racconto della vita che circonda gli esseri umani, agli oggetti, alla quotidianità. Soprattutto, però, costituisce il primo modo che l’uomo trova per stabilire un rapporto con il sovrasensibile, con il mistero. Attraverso la rappresentazione simbolica l’umanità concepisce un viatico per fingere la possibilità di addentrarsi nelle dimensioni impenetrabili dell’universo. L’arte origina proprio da questa necessità; diviene il luogo privilegiato dove cercare di raccontare quanto rimane indecifrabile, dentro e fuori di sé. Come ha ben spiegato Kant, nella “Critica del giudizio”, il simbolo ha in questo senso un carattere analogico.  Da un lato esprime qualcosa di “immediatamente intuitivo”, dall’altro in tale intuizione si riflette un oggetto del tutto diverso, di cui ciò che è immediatamente intuito costituisce un’esibizione indiretta. Si arriva così a quella nozione che fa del simbolo un trasparire dell’indicibile. Kant riferisce “l’orizzonte simbolico a quel mondo dell’immaginario che, pur costituendosi ad esibizione di un concetto, per se stesso dà però talmente a pensare da non lasciarsi mai contenere in un concetto determinato”. Quanto perciò viene rappresentato attraverso il simbolo è l’infinito, l’inesprimibile, seppur comprensibile per evidenza. Nel simbolo ha luogo la coincidenza di sensibile e non sensibile. 
Non è questo il contesto per una dissertazione storica, filosofica e linguistica sull’argomento. Ritengo però che tale breve premessa consenta di addentrarmi nell’universo artistico e  poetico di Laura Matteoli.  Il suo spazio espressivo pare aver davvero squarciato il velo di Maya, spazzando quel baluardo invisibile che separa, come sosteneva Schelling, “il mondo reale dall’ideale”. L’arte più autentica – soprattutto da quando l’imperativo mimetico è stato finalmente infranto – diviene una fenditura attraverso cui poter intuire le forme e le ragioni di quelle dimensioni enigmatiche che vivono fuori, ma - in primis - dentro di noi, nel sibillino palpito in cui si esprime lo psichismo. Fantasia, sogni, dialoghi con la sfera intima e spirituale, rapporto con l’assoluto altro non sono che il manifestarsi della coscienza umana (che non può che essere coscienza di qualcosa, o verso qualcosa) nei confronti del mondo; essa cerca di penetrarlo e organizzarlo in un sistema che ponga in relazione ed arrivi ad equilibrare – appunto - l'ambito interno e quello esterno, stabilendo un legame, dato dalla continua ed urgente esigenza dell'individuo di arginare - rendendola afferrabile - la complessità. 
La Matteoli – sin dagli anni Novanta – dà vita, nelle sue opere, per lo più acquerelli e tecniche miste, ad un cosmo che ha una struttura indubbiamente ambivalente, poiché in esso non riusciamo a cogliere una frontiera tra oggettività e fantasia, tra dimensione onirica ed elementi veridici. E’ come se il fine dell’artista fosse continuamente quello di proiettare se stessa e lo spettatore in un paesaggio ai confini della realtà. La sua pittura è la possibilità, fantastica ed immaginifica, di un viaggio senza fine, soprattutto senza condizionamento alcuno. Quasi che la scala che Laura talvolta rappresenta e che sembra collegare cielo e terra, verso quella luna che è elemento ricorrente in quasi tutte le opere di quegli anni, fosse davvero lì presente, a rammentarci che possiamo ascendere verso i sogni, verso un mondo altro, verso quanto ci eccede. Dobbiamo spiccare il volo, come gli aquiloni che lancia nel cielo, perché – come recita il titolo di una sua tecnica mista – “tutte le cose volano”. Siamo in fondo sempre funamboli in bilico fra contingenza terrena ed aspirazione a qualcosa di più alto, insoddisfatti e sbilanciati verso l’estasi di una fiaba – o di una magia -  che ci sottragga all’insufficienza che sperimentiamo. Ecco che i colori degli universi che si rivelano – perché in fondo ogni opera è costruita e concepita come un racconto, indubbiamente con una matrice surreale – non possono che essere vivaci, squillanti, gioiosi, anche qualora abbiano ambientazioni notturne.  Affrescano infatti luoghi immaginifici in cui sperimentare avventure tutte egualmente possibili, quasi uscissero dalla lampada di un genio in grado di concedere la conoscenza di qualsiasi alterità.

Negli anni la figurazione, già comunque mai precisa e puntuale, lascia spazio a composizioni via via sempre più libere, astratteggianti, in cui ancor più centrale e pregnante diviene l’utilizzo ed il ricorrere di determinati segni e simboli, come testimonia, ad esempio, l’acquerello dal titolo “Segni”. Una sorta di personale alfabeto ideografico - che rimanda a quelli antichi, come i geroglifici o la scrittura dei sumeri, o gli ideogrammi cinesi e giapponesi – il quale si inserisce arbitrariamente  in quello spazio comune che esiste fra le parole e le cose. L’assenza della figurazione, del rappresentato leggibile vengono sostituiti dalla presenza di segni che rinviano ad essi, ma che, a differenza di un sistema codificato e convenzionale,  obbligano chi osserva il quadro ad affrontare un proprio percorso di lettura e decifrazione. Di fatto un cammino realizzato nel profondo mistero, attingendo a quel repertorio immaginativo ed interpretativo che testimonia in ognuno di noi un legame sacro con la terra e con tutti gli elementi naturali. La Matteoli conduce così ad unirsi all’anima del mondo, o dei mondi, reali ed irreali, possibili e “finti”, perché grazie all’anima possiamo divenire tutto ed essere ovunque. Come affermava Anassagora – e con lui molti presocratici – “tutto è in tutto” e qualsiasi cosa ha un potere evocativo. E’ evidente che all’artista non prema che l’osservatore decodifichi con puntualità segno per segno.

L’arte non è un linguaggio che necessiti una precisa ed univoca decifrazione. Il fascino del compiere un iter di interpretazione nasce dall’apertura del potere di significazione dell’opera, la quale va a sollecitare quel fluido e ricco territorio che si spalanca sugli automatismi del nostro inconscio. Questa sorta di mappe concettuali, o di mondi magici, che la Matteoli immagina e a cui dà vita, paiono contenere l'insieme delle “tensioni” alle quali ogni individuo è assoggettato. Del resto anche nell'esistenza più ordinaria si cela un immaginario immenso a cui poter far riferimento. Miti, fiabe, leggende dimorano in ogni persona e la inondano di immagini che si stratificano e sovrappongono a quelle dei ricordi, delle sensazioni che vive in ogni istante, dell’ immaginazione che la proietta nel futuro, possibile o impossibile, dei sogni  che albergano nel suo inconscio. In questi quadri ognuno potrà immergersi ed abbandonarsi per ritrovare se stesso, scoprendo forse qualcosa di nuovo. Alla coscienza di sé – come ben ha dimostrato la psicoanalisi – si perviene quando si sbloccano gli impulsi che devono pervenire ai sensi.
Ovviamente l’ambito espressivo della pittura si concretizza in primis nelle valutazioni compositive, nella scelta degli accordi o dei contrasti cromatici, nella costruzione dello spazio formale. Laura Matteoli ha la capacità di trovare sempre un’euritmia tra gli elementi che costituiscono l’opera. La composizione dei suoi lavori affascina poiché in essi non vi è mai stasi o staticità; gli elementi che appaiono sul supporto a disegnare il racconto, i quali - soprattutto nell’ultimo periodo della sua produzione  - si fondono completamente con il colore, divenendo con esso un tutt’uno, vivono di eterno movimento, in un dinamismo pulsante che avvicina sempre più l’artista alle tecniche di certo informale segnico e gestuale e di certo tachisme. Divengono, come recita il titolo di un’opera, “Paesaggi possibili”, nei quali la pittrice caparbiamente vuole svelare quanto è apparentemente inaccessibile ed inesplorabile, conferendogli un volto - pur non immediatamente ed univocamente leggibile - attraverso la più preziosa delle nostre facoltà mentali, la fantasia, il cui etimo greco (il verbo φαίνω, mostrare) riporta proprio al concetto di disvelamento. 
La rappresentazione, nel tempo si fa perciò sempre più rarefatta (negli anni 2000 ancora potevamo riconoscere elementi figurativi, pur composti in modo assolutamente arbitrario e fiabesco); a comunicare sono soprattutto le forme e i colori - come insegna il padre dell’astrazione, Kandinskij, di cui Laura ha ben analizzato e assimilato le riflessioni e la lezione -  e quanto, istantaneamente, richiamano nella nostra spiritualità.  Pregnante, come da subito accennato, è il potere evocativo di quel segno a cui mai abdica, attraverso cui crea forme stilizzate, talvolta cesellato come fosse un graffio casuale, un ghirigoro sulla superficie cromatica, talvolta inciso con il tratto a grafite. Un segno-gesto che diventa puramente calligrafico, contenuto in spazi fluidi che sembrano ritagli esistenziali a sé stanti e conclusi.  La superficie pittorica è costruita anche nel piacere della sperimentazione, nel desiderio di accostare varie tecniche esecutive e differenti mezzi, senza preclusioni, senza esclusioni. Tutto in questi lavori recenti è improntato alla libertà totale, superando ogni esigenza di razionalità a favore di una pittura che si nutre dei segreti che abitano sulla soglia del “non detto”, poiché l’anima parla un linguaggio liquido, senza contenimenti.
Quanto, in definitiva, mi colpisce della Matteoli è la capacità di addentrarsi in un labirinto psichico in cui nulla è mai risolutivamente svelato e mai completamente risolto, e che  quindi può avere un volto spesso inquietante, creando un universo evanescente, lirico, leggero. Gli azzurri e i blu accostati al chiarore dei bianchi e dei grigi tenui rammentano la bellezza aerea di cieli squarciati da nubi, i turchesi la bellezza estatica del il mare, le tinte verde pastello la poesia di giardini immaginari che profumano di primavera. Anche i rossi accesi sono stemperati dal bianco, così come i violetti sono sempre accostati ed utilizzati in modo da non comunicare l’inquietudine delle tenebre, a cui possono rimandare, quanto piuttosto entusiasmo e vivacità, esorcizzando attraverso l’equilibrio tonale quello che di inquietante soggiaccia dietro ad essi. 
Sono opere sinestetiche quelle di questa artista di origini livornesi,  che  - attraverso l’utilizzo sapiente di segno, colore e movimento – sa animare la composizione attestando  la parità gerarchica dei propri mezzi espressivi. Non si affermano nessi logici fra gli elementi che concorrono a strutturare la trama del quadro.  Si cerca piuttosto, come sottolineato, di dar voce  a “vibrazioni” che mettano a nudo la vita dell’anima, che la mostrino, provocando nello spettatore la medesima scossa, affinché anche chi osserva possa divenire artefice di un proprio processo creativo, quindi conoscitivo. Alla scoperta di se stesso attraverso la penetrazione, senza titubanza, degli orditi segreti dell’esistere. 

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Signs and words: a life’s journal

         by Elena Carrera

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Soft atmospheres, lively warm hues that catch the eye, signs that chase one another in a vortical dynamism of words, shades, and lines. It is in the sign indeed that the suggestive power of Laura Matteoli’s painting resides. A self-taught artist who lives and works in Pisa, Matteoli employs minute graphic signs and stylized forms taking life against a background of lines and delicate watercolours in order to create an alphabet of symbols springing from a reflexive and attentive imagination, eager for meaning.

These are the “words” through which reality is read and told in a sort of pictorial record of a journey – life itself – whose gloomy hues are absorbed and shaded into imagination, creation, art.

The artist adopts a mixed technique. Apparently not organised, space in her painting does in fact follow a well defined pattern: colours converse with charcoal or ink sketched figures; with the small graphic signs that are the distinctive mark of her style; and also with true words, often written in pen. They are fragments of sentences, passages from stories, traces of memories or impressions which sometimes give the work its title, being an integral part of it, and reflecting its very soul.

What is more essential and simple than a childish looking art?

         by Anna Soricaro, Artistic Director Zerouno Barletta (Ba) Italy

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What is more essential and simple than a childish looking art that hides breathtaking depth? This is what one finds in the works of Laura Matteoli: concentric strokes and graphite writing interspersed with intense chromatic gestures give birth to big worlds, sorts of journeys in which one is frequently asked to stop and read, stop “and think, before setting off again. This is no experience to be taken in one breath, it would be too much: one must have frequent breaks to satiate a curiosity that longs for the new stroke, for new words.

A thoroughly original art, then, which despite its childish appearance, reveals itself ingenious to an expert eye. Matteoli goes well beyond the boundaries of abstraction and figuration probing into the field of conceptualism with a simplicity that makes her art unique in the panorama of contemporary art.

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